Le elezioni del 13 e 14 aprile portano numerosi ed interessanti elementi di novità, che, sotto certi punti di vista, possono rappresentare un momento di svolta nella vita politica italiana da almeno 15 anni.
Il primo elemento è rappresentato dalla sostanziale fine del bipolarismo che ha contraddistinto la nascita della seconda repubblica: l’Ulivo e la Casa delle Libertà hanno entrambi subito profonde trasformazioni. Non si parla più di coalizioni ma di grandi partiti o movimenti sul modello americano, o comunque riconducibili alle esperienze di tutte le grandi democrazie occidentali (Francia, Germania, Gran Bretagna).
Il secondo elemento di novità è rappresentato da un lato dalla marginalizzazione degli estremi che concorreranno autonomamente, dall’altro dalla nascita di un centro di ispirazione cattolica.
Quello che emerge chiaramente è un quadro semplificato in cui l’elettore ha maggiore possibilità di orientarsi in maniera lineare in quanto programmi, valori ed alleanze sono delineati in maniera lineare e politicamente congruente e coerente.
Questo è ovviamente un elemento da salutare con favore: la nascita del PD e le scelte successive di Walter Veltroni hanno indubbiamente agevolato questo percorso con un’accelerazione anche imprevista che ha spiazzato il paese. Ed in effetti ciò è testimoniato dall’altissimo numero di indecisi che tutti i sondaggi segnalano come chiave di volta di questa tornata elettorale: a testimonianza, peraltro, che i programmi, ripuliti dal massimalismo e dal radicalismo propri di coalizioni eterogenee in cui l’asse pareva spostato verso le estreme, si concentrano su pochi punti chiave in cui le proposte, giocoforza, tendono ad allinearsi.
Infatti tre paiono essere i nodi su cui si concentra la riflessione pre-elettorale: economia, sicurezza e politica estera.
È innegabile che non è più possibile affrontare questi temi in maniera estemporanea sganciandoli da una riflessione che tenga conto di dinamiche planetarie.
Con una semplificazione forse eccessiva, l’economia è entrata in una fase di crisi dagli esiti imprevedibili; questo, unitamente a fattori socio-religiosi, avrà ovvie ripercussioni sulla stabilità internazionale creando sempre maggiori tensioni e crisi che, concentrandosi in aree a ridosso del Mediterraneo, non potranno non incidere sui flussi migratori cui, nell’accezione comune, si lega la percezione di minor sicurezza a livello locale.
Quindi, a maggior ragione, la demagogia, il massimalismo, e la continua applicazione di processi politici tipici del passato, quasi in maniera dogmatica, non hanno alcuna possibilità di incidere su un processo di crisi ormai avviato che invece necessita di coraggio nella formulazione di scelte anche impopolari.
Riuscirà la “casta” ad affrontare queste sfide? Riuscirà la politica a superare la sfida dell’antipolitica e del rifiuto?
Questo è forse un altro dei nodi di questa tornata elettorale.
Il paese è in un momento di crisi, sfilacciato, impoverito, conflittuale, con intere aree sotto il controllo di apparati criminali di stampo mafioso; assistiamo ogni giorno quasi impotenti all’affermarsi di potentati economico-politici con un progressivo indebolimento delle strutture tradizionali di coesione sociale.
Qualcuno ha parlato in maniera molto puntuale di “mucillaggine” per descrivere la situazione del paese: anche i Vescovi italiani hanno denunciato questa situazione e questo malessere, cui la politica sembra non riuscire a dare soluzione. Da qui l’affermarsi del rifiuto, dell’antipolitica, cui internet fa da cassa di risonanza. Nessuno però dei profeti del rifiuto sembra aver dato una ricetta che non sia l’anarchia o il caos. Un rifiuto dell apolitica che sembra voler aprire la porta al paradosso di una democrazia iperpartecipativa in cui le regole democratiche sono create seduta stante dalla rete, Orwelliano Moloch cui viene delegata la funzione di rappresentanza.
Ovviamente crediamo in un altro percorso che non può non partire da una riflessione sulla costante degenerazione morale ed etica della politica, intesa come uomini che incarnano la politica.
È necessaria una rigenerazione che parta dall’esempio dei grandi padri della democrazia italiana, da Moro a Zaccagnini a Roberto Ruffilli, che hanno pagato anche col sangue il loro intendere la politica come servizio all’uomo e alla giustizia e come ricerca di una mediazione e sintesi che andasse al di là delle sclerotizzate logiche di appartenenza ideologica.
È per questo che crediamo che tutti i partiti si debbano impegnare per una campagna di moralizzazione della vita politica, con incisive azioni verso gli inquisiti ed i condannati, con una lotta costante agli sprechi, con l’abolizione di assurdi privilegi e con un’azione attenta e continua soprattutto al sud in cui la politica, come ha anche recentemente denunciato Roberto Saviano, è quasi totalmente asservita al potere criminale.
Chi governerà di troverà di fronte un paese deluso, arrabbiato, stanco. Un paese in cui sta prevalendo la mancanza di speranza ed in cui le sperequazioni sociali stanno raggiungendo un livello che non si vedeva dai tempi della riforma agraria. I ricchi ingrassano ed i poveri lo sono sempre di più. E ciò accade in un mondo in cui tutto è sacrificato alla logica del successo e del possesso, un mondo di disvalori in cui le reti ed i processi educativi e sociali fanno fatica a reggere, ed in cui anche la Chiesa fa sempre più fatica a far udire il suo messaggio di amore.
Anche noi come associazioni siamo chiamati a giocare un ruolo chiave: da un lato aprendo le nostre porte a tutti coloro che hanno bisogno di aiuto, dall’altro nel ricostruire un tessuto di solidarietà e virtù, richiamando la politica tutta alla centralità dell’uomo, sempre, in ogni momento, al di là di strumentalizzazioni ideologiche.
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