Ritiro con le ACLI provinciali – Oasi S.Cuore 24.10.2010
"Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo” (Lc 24,13-35)
E' con una certa trepidazione che mi accingo a comunicarvi alcune mie riflessioni a partire dalla pagina di Luca che riporta l'apparizione del Risorto ai due discepoli che "in quello stesso giorno", il giorno della scoperta del sepolcro vuoto, se ne andavano da Gerusalemme verso Emmaus.
Trepidazione, perché ogni volta che ci fermiamo a riflettere, più di quello che può essere comunicato, conta la disponibilità interiore di ciascuno nell’ ascolto della parola di Dio e nella lettura della realtà nella quale ci troviamo a vivere. Una realtà e un mondo che esigono grande attenzione per tentare di capire quali siano le sue attese, le sue difficoltà, le sue potenzialità, insieme alle tante carenze e ai tanti problemi con cui non cessa mai di avvolgerci, provocando in tutti una stanchezza che a volte diventare addirittura scoraggiamento.
Stanchezza, demotivazione, forse anche delusione. Certamente difficoltà a capire e a farsi capire. Sentimenti che serpeggiano oggi più che mai nella nostra vita sociale e forse anche ecclesiale e che ci assomigliano davvero ai due discepoli di Emmaus che lungo la via "discorrevano e discutevano insieme" "di tutto quello che era accaduto". Ragionavano tra loro; discutevano pure; si rimandavano l'uno all'altro impressioni e convinzioni; di certo, con pesantezza interiore e senza vera lucidità spirituale. C'era infatti in loro qualcosa che li "tratteneva dal capire" e "impediva loro di vedere", tanto che non riconoscono Gesù che si "accosta a loro e cammina con loro". "Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?". "Si fermarono con il volto triste". Smettono di camminare, smettono di discorrere tra loro: l'atteggiamento di fondo è quello della tristezza, della delusione: "Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con ciò sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute".
Uno stato d'animo che è spesso il nostro stato d'animo di fronte ad un mondo che sembra diventare sempre più chiuso e insensibile alla proposta della fede e all'azione della grazia. "Scoramento" è proprio il termine che può dire lo stato d'animo dei due di Emmaus e tante volte, il nostro stato d'animo.
Una situazione di cui dobbiamo necessariamente prendere coscienza. Guai se non ci rendessimo conto di quello che è il clima culturale e sociale nel quale viviamo e in cui siamo chiamati a realizzare la nostra missione e a dare la nostra testimonianza. Secolarizzazione, individualismo, dispersione, frammentazione esasperata degli ideali, dei valori e degli stili di vita: la nostra gente respira tutto questo; vive tutto questo; anche chi frequenta le nostre chiese. E anche i laici cristiani, inseriti in questa realtà, spesso scollegati fra di loro, respirando questo clima, oggi, più che nel passato, vivono un serio pericolo di frammentazione della propria identità e l'annacquamento e lo sfilacciamento della comunione reciproca.
E insieme, questo mondo tenta di emarginarci sempre di più, sia non rispondendo alla proposta di fede che la Chiesa va facendo, sia non riconoscendo il valore della presenza cristiana che non di rado viene falsata e manipolata a seconda degli interessi predominanti. A volte si ha la netta impressione che il mondo, almeno quello che conta, che fa opinione, che determina le scelte e i comportamenti delle persone, ci tratti da sorpassati, o da persone che possono ancora contare qualcosa solo se ci si adatta e ci si appiattisce su una specie di operatività sociale di "pronto soccorso" delle varie "miserie" che nessuno potrà mai cancellare del tutto. Capita infine che avvenga anche per noi quello che avvenne per Paolo ad Atene quando si mise a parlare di "risurrezione dei morti": "Su questo, ti ascolteremo un'altra volta".
Da qui, frustrazioni, inquietudini e domande circa la nostra "utilità" e il senso della nostra presenza di laici cristiani nella società. E, insieme, la ricerca di modalità nuove. Da una parte, il desiderio di percorrere strade inedite e dall'altra la paura di fronte all'ignoto. Il rischio della chiusura nel ripetitivo, che però è sicuro, ma che restringe la nostra attività sempre più nell'ambito del culto e delle attività all'interno della vita ecclesiale e dall'altra parte qualche fuga in avanti di cui poi la gente non capisce il senso. Da una parte il desiderio della condivisione di percorsi comuni e dall'altra il rinchiudersi nell'individualismo e nella presa di distanza reciproca degli uni verso gli altri; da una parte la richiesta di interventi "miracolistici" dall'alto, e dall'altra la sfiducia negli organismi ecclesiali di partecipazione e una specie di progressiva autoparalisi che rischia di ridimensionare o di annullare qualsiasi proposta venga fatta da quelle stesse autorità dalle quali poi si invocano provvedimenti risolutivi.
Vere e proprie contraddizioni, che alla base hanno sicuramente, come per i due di Emmaus, l'incapacità di vedere e di riconoscere la presenza del Risorto in mezzo ai suoi. Una presenza che, per essere riconosciuta, ha bisogno di una appropriazione personale del tutto particolare dei contenuti della fede.
I due discepoli narrano con precisione quelli che sono stati gli avvenimenti riguardanti Gesù: "che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso... Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di avere avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l'hanno visto".
Gli avvenimenti di Gesù sono riportati in maniera precisa; tutto corrisponde alla successione dei fatti; ma sono fatti e avvenimenti che rimangono assai distanti dai due discepoli. Sono fatti ed avvenimenti che i due non sanno leggere nella loro vera dimensione. Fatti e avvenimenti che li hanno provati, abbattuti, resi sconsolati, ma nei quali non sono riusciti a penetrare con tutto il proprio essere e che tutto sommato sono rimasti loro estranei.
E’ Gesù stesso che spiega il perché: "Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti!". Si tratta di una questione di fede. Si può anche essere testimoni di avvenimenti salvifici senza che questa salvezza ci raggiunga. Si può pure annunciare la parola di Dio, senza però che questa ci riscaldi il cuore. Si può anche "spezzare il pane" alla mensa dell' Eucaristia e rimanere con gli occhi chiusi e incapaci di vedere.
Diceva il papa Giovanni Paolo II nella Novo Millennio Ineunte (19.20): "Il volto che gli apostoli contemplarono dopo la risurrezione era lo stesso di quel Gesù col quale avevano vissuto circa tre anni e che ora li convinceva della verità strabiliante della sua nuova vita mostrando loro le mani e il costato. Certo, non fu facile credere. I discepoli di Emmaus credettero solo dopo un faticoso itinerario dello spirito. L'apostolo Tommaso credette solo dopo aver constatato il prodigio. In realtà, per quanto si vedesse e si toccasse il suo corpo, solo la fede poteva varcare pienamente il mistero di quel volto... A Gesù non si arriva davvero che per la via della fede.. E' appunto questo passo ulteriore di conoscenza, che riguarda il livello profondo della sua persona, quello che Egli si aspetta dai suoi"... "Che cosa viene chiesto a noi, se vogliamo metterci in maniera sempre più convinta sulle sue orme? Alla contemplazione piena del volto del Signore non arriviamo con le sole nostre forze, ma lasciandoci prendere per mano dalla grazia. Solo l'esperienza del silenzio e della preghiera offre l'orizzonte adeguato in cui può maturare e svilupparsi la conoscenza più vera, aderente e coerente, di quel mistero, che ha la sua espressione culminante nella solenne proclamazione dell'evangelista Giovanni: "E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità".
Esperienza del silenzio e della preghiera nella quale abbiamo tutti bisogno di rituffarci come pesci nell'acqua. E non per estraniarci dal mondo o per vivere in una dimensione fuori dalla realtà che ci circonda, ma proprio per poter coltivare e approfondire quella "conoscenza più vera, aderente e coerente di quel mistero" che è la persona stessa del Cristo Signore, Salvatore e Redentore di tutti. Perché è proprio Gesù, il Cristo, e soltanto lui, che svelandoci il volto del Padre, ci rivela anche il volto autentico dell'uomo: "svela pienamente l'uomo all'uomo", proiettandoci di nuovo nella storia di tutti, in mezzo ai problemi di tutti, radicandoci così, da una parte nel mistero del Padre, e dall'altra nelle vicende quotidiane degli uomini fratelli.
In questo cammino di silenzio e di preghiera, fatto di ascolto e di meditazione della parola di Dio, in realtà non facciamo altro che permettere al Risorto di camminare accanto a noi e di "spiegarci in tutte le Scritture ciò che si riferisce a Lui".
Si tratta cioè di consentire al Signore di farsi sempre più nostro Maestro, facendoci noi, sempre di più suoi discepoli, che non hanno la presunzione di sapere già tutto, ma che invece, hanno l'umile consapevolezza di aver sempre bisogno di ricominciare tutto da capo in quel cammino mai del tutto percorso che è quello della santità. "Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?".
Ma noi, facciamo davvero questa esperienza di un fuoco divino che ci arde nel petto mentre nel silenzio della preghiera ascoltiamo e meditiamo e rivediamo noi stessi, la nostra vita, le nostre opere, il nostro lavoro, la nostra vita di famiglia alla luce della parola che Gesù ci rivolge? Come possiamo essere capaci di trasmettere questo calore interiore fatto di entusiasmo, di gioia di vivere la nostra fede, di felicità nel condividere con gli altri la consapevolezza di un dono che ci è stato offerto senza nostro merito, se in noi non c'è, forte, questa esperienza di calore, di pienezza, di gioia, quale frutto della Parola di Dio che riecheggia in noi? E non si tratta certamente solo di emotività e di sentimento. E' questione di esperienza di vita, cioè di un sempre più forte intreccio tra il nostro essere e il nostro vivere e il mistero di Gesù, tra la santità di Dio e la nostra vita di santità
Non è senza significato che Giovanni Paolo II scriveva ancora nella NMI (30.31) che "la prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale è quella della santità". Cammino pastorale che prende le mosse da quello che prima di tutto è un cammino personale ineludibile: "se il Battesimo è un vero ingresso nella santità di Dio attraverso l'inserimento in Cristo e l’inabitazione del suo Spirito, sarebbe un controsenso accontentarsi di una vita mediocre, vissuta all'insegna di un'etica minimalistica e di una religiosità superficiale. "Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste"(Mt 5,48). E' ora di riproporre a tutti con convinzione questa misura alta della vita cristiana ordinaria".
Questo cammino è qualcosa che riguarda tutti i battezzati. E' qualcosa che ci riguarda e ci interpella con urgenza; anche perché fin quando non si "aprono i nostri occhi" di fronte al mistero della presenza del Signore nella nostra vita e non c'è, come per i due di Emmaus, l'invocazione al Signore perché "rimanga con noi" non riusciremo mai a liberarci dai tanti lacci che ci avvolgono per lanciarci "senza indugio" sui passi di un rinnovato annuncio del Vangelo e di una missionarietà che si allarghi a tutto campo verso la nostra cultura e la nostra società.
"E partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: Il Signore è davvero risorto ed è apparso a Simone". Non è da oggi che si parla di nuova evangelizzazione e della necessità di un rinnovato sforzo da parte della Chiesa perché la parola del Vangelo possa correre e raggiungere con entusiasmo e convinzione gli uomini del nostro tempo.
A questo proposito, mi pare che l' episodio di Emmaus possa fornirci alcune indicazioni importanti. I due discepoli, una volta che riconoscono Gesù e comprendono il senso degli avvenimenti di cui sono stati testimoni, non si fermano ad Emmaus: partono senza indugio e ritornano a Gerusalemme. Luca sottolinea come il viaggio di andata e ritorno venga effettuato in quello stesso primo giorno della settimana, il giorno del sepolcro vuoto. Non c'è da aspettare. Forse, oggi, come comunità cristiana, abbiamo aspettato già anche troppo. Il mistero del Cristo morto e risorto a volte sembra essere diventato una cosa appartenente al passato. Ed invece, esso non è solo ricordo: è memoria vivente; è memoriale; è contemporaneità; è vita di questo nostro tempo; è presenza per la storia di oggi e per la nostra stessa vicenda personale. Questa deve essere la convinzione che ci anima e ci incoraggia. Se dovessimo contare solo sulle nostre forze, non ci resterebbe che rivolgerci a qualche buona organizzazione di pubblicità; ma se Cristo risorto è il vivente con noi "ieri, oggi e sempre", allora è su di Lui che dobbiamo fare perno; è a Lui che dobbiamo sempre più rivolgere lo sguardo; è Lui che dobbiamo contemplare; ed è ancora Lui che deve diventare sempre più il Signore, modello a cui ci ispiriamo, maestro da cui impariamo, anima del nostro essere e del nostro agire.
E questo non certo per sentirci deresponsabilizzati o per attendere in maniera miracolistica che il Signore faccia al posto nostro quello che spetta a noi; ma perché "senza di Lui non possiamo fare nulla" e perché "tutto possiamo in colui che ci dà forza". Non possiamo dunque rimandare questo impegno di santità, cioè di vita di totale unione col Signore e questa contemporanea, decisa, pronta assunzione di responsabilità e di messa in gioco di tutte le nostre forze.
A Gerusalemme i due di Emmaus trovano gli "Undici riuniti insieme con gli altri che erano con loro". Trovano la comunità. Una comunità dove apostoli e discepoli, uomini e donne sono insieme riuniti. E qui si apre un altro capitolo fondamentale: quello della vita comunitaria e della esperienza ecclesiale dove clero e laici, pur nelle diverse vocazioni e con missioni diverse ma complementari, vivono insieme la stessa esperienza di fede e di Chiesa.
Non si può pensare ad una "nuova evangelizzazione" senza che questa sia responsabilità e impegno di tutta intera la comunità dei credenti: vescovo, sacerdoti, religiosi, religiose e laici, uomini e donne, adulti, bambini, giovani e vecchi: tutti, nessuno escluso. Ma perché questo avvenga occorre lavorare prima di tutto su noi stessi per comprendere e far comprendere che la vita cristiana, la vita ecclesiale, non si svolge secondo i parametri tipici della mentalità odierna. E cioè non si tratta di creare una organizzazione che, una volta individuati certi bisogni, sia reali che indotti, offra la soddisfazione di questi bisogni, attivando un mercato che tanto più si allarga quanto più i prodotti messi in vendita riescono a contenere i propri prezzi. Spesso tanta frustrazione, soprattutto nei sacerdoti, viene proprio dal sentirsi usati; dal cogliere nella gente una richiesta di servizi che non è poi troppo diversa dalle tante altre richieste del vivere economico, sociale o culturale. E le nostre parrocchie sembrano diventare qualche volta "agenzie di servizi religiosi-sacramentali".
Questo certamente, non può andare. Ma che cosa fare? Credo che la strada da percorrere sia quella della comunione che diventa sempre di più condivisione ecclesiale, impegno di partecipazione, compresenza di tutte le componenti del popolo di Dio, accoglienza reciproca e capacità di camminare insieme. Uno stile di vita ecclesiale che ha la sua anagrafe nella visione conciliare sulla Chiesa, e che chiede da parte di tutti l'umiltà dell'imparare a lavorare insieme: vescovo, preti, religiosi, religiose e laici, con fiducia gli uni negli altri, con accoglienza reciproca, con spirito di fede e con l'intelligenza di non disperdere nessuno dei doni che il Signore dispensa in tutti a piene mani. E qui, allora, la coltivazione di quelle virtù umane di cui tutti, sempre, abbiamo bisogno: l'ascolto reciproco, l'apprezzamento e la stima reciproca, la pazienza nell'accogliere le differenze, la ricerca dell'armonia e della composizione fra le varie diversità: cioè un vero e proprio cammino di crescita umana, oltre che cristiana, che porti tutti verso quella piena maturità che compete alla statura stessa del Cristo.
Questo impegno a coltivare uno stile di vita ecclesiale aperto e accogliente nei confronti di tutti i membri del popolo di Dio, presuppone però un altrettanto forte impegno di condivisione all'interno della Chiesa. I due di Emmaus "riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane". Riferirono, raccontarono di sè, condivisero con gli altri, apostoli e discepoli, l'esperienza meravigliosa che avevano fatto sulla strada mentre ascoltavano la spiegazione di ciò che nelle Scritture si riferiva a Gesù e in quella casa di Emmaus dove i loro occhi "si erano aperti" al momento dello spezzare del pane. Raccontare la propria esperienza spirituale. Non siamo forse un po' troppo "pudichi" nel raccontarci il nostro camminare nella fede, la nostra esperienza di Dio, le gioie e le sconfitte della nostra vita interiore? Non succede forse che di queste cose, non se ne parli quasi mai, né in famiglia, né nelle nostre associazioni e forse neanche in parrocchia? E la nostra vita in Cristo? E il mistero del nostro radicamento in Cristo Gesù?
Un cuore colmo di amore non può non traboccare all'esterno. Una vita tutta tesa alla santità non può che irradiarsi all'intorno. Un impegno forte di comunione con Dio non può non diventare un altrettanto forte impegno di annuncio del Regno di Dio. Il dono che abbiamo ricevuto dal Signore, diventa dono da condividere con tutti in una missione che si allarga a dismisura quanto è grande il mondo. Da qui una rinnovata riflessione e presa di coscienza della missione che ci è affidata in quanto battezzati e membri di una Chiesa che esiste proprio perché l'annuncio del Vangelo giunga fino agli estremi confini della terra.
"Andate": l'azione missionaria non ha confini e si dirama a cerchi concentrici sempre più estesi fino agli estremi confini. Gesù ci assicura: "Io sono con voi, tutti i giorni". Si tratta di dare braccia, mani, occhi, piedi, intelligenza e cuore all'opera di Dio.
Tutti sono inviati. Ogni missione è complementare dell'altra; l'una non può stare senza l'altra. E nessuna è mai un fatto privato: è sempre azione comunitaria: "due a due". E' azione di Chiesa, concertata, preparata, realizzata e sostenuta da tutta la comunità, anche se l'impegno non può essere che un impegno profondamente personale. E' una testimonianza corale: non basta l'azione di uno solo a dare credibilità a tutta intera una comunità: occorre suscitare collaborazione, corresponsabilità, impegno comune.
L'azione missionaria passa sempre attraverso la preghiera: non si tratta mai soltanto di mettere in atto strutture o metodi: la nostra forza è nel Signore. Occorre comunione con Lui. Portiamo i nostri "impegni" davanti al Signore nella preghiera?
E occorrono anche metodi adatti. Ma non i metodi del mondo. La logica di Dio infatti non è quella del mondo; bensì è quella del dono di sé, dell'offerta della propria vita, del perdersi di fronte al mondo per "ritrovarsi" in Dio.
Quali sono le prospettive che nascono da questa logica? Non il successo a buon mercato; ma, "come agnelli in mezzo a lupi". Non tutti saranno disposti ad accoglierci; ma "come hanno ascoltato me ascolteranno anche voi".
Con quali tempi? Subito, così come siamo in questo momento. Il Signore ci accetta e ci vuole così come siamo. Se ci mettiamo nelle sue mani sarà Lui a renderci come dobbiamo essere, a "farci" secondo il suo disegno di salvezza.
Andare. Ma per portare che cosa? La pace. Il lieto annuncio della pace. A disposizione della pace e della gioia del Risorto. Pace che è Cristo stesso, Lui, la nostra pace, che ha riunito i tanti, i dispersi in un solo, unico, popolo. Una pace che si traduca in gesti di pace, in gesti di amore e di carità.
A questo punto, il nostro andare, sarà l'andare stesso di Cristo Gesù Risorto. Saremo noi la sua presenza in mezzo ai fratelli. Diventeremo segni sensibili e credibili della sua volontà di salvezza per ogni uomo perché non andremo portando noi stessi ma Lui, il Signore. "Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi. Ricevete lo Spirito Santo".
Concludo con una preghiera.
O Signore, tu dici a noi, oggi, quanto dicesti al profeta: "Chi andrà per noi?"
Il profeta ti rispose e ti disse: "Eccomi, manda me!"
Signore, dammi la forza del tuo amore che venga in soccorso alla mia debolezza;
l'entusiasmo per una piena collaborazione al tuo disegno di salvezza;
la freschezza di chi si lancia alla tua sequela senza calcoli meschini;
la costanza per non lasciarmi vincere dalle difficoltà;
il coraggio per non perdermi d'animo di fronte alle rinunce e al sacrificio;
la determinazione per tenere sempre lo sguardo fisso su di te;
la sensibilità per accogliere le richieste, spesso silenziose, dei fratelli;
la gioia per dirti ora, domani e sempre, anche se con timore,
ma con la certezza che sei Tu a sostenermi e a condurmi nel cammino:
"Eccomi, manda me!".
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